“Lo chiamano yoga, ma venga un giorno a provare”
Torino, ormai più di dieci anni fa. Bazzicavo saltuariamente una palestra dove, senza grande convinzione, mi aggiravo tra gli attrezzi usandoli un po’ a caso, travisando di certo l’oscuro significato dell’“allenamento”.
Un giorno passando davanti alla sala corsi mi ha colpito che fosse completamente al buio. Risuonava una voce d’uomo: calda, profonda, come proveniente da uno spazio-tempo arcaico, capace di dare forma a una dimensione “altra”. Una voce che aveva molto vissuto, voce che mescolava narrazione, canto, veggenza. Un aedo. Le parole pronunciato evocavano l’immagine di un diamante rifulgente, color verde brillante, e non ricordo molto altro. Solo più tardi avrei scoperto che accompagnavano il rilassamento in shavasana.
A luci riaccese era stato spontaneo avvicinarmi all’insegnante per chiedergli di che corso si trattasse.
“Lo chiamano yoga, ma venga un giorno a provare”.
In quel momento non sapevo che quella voce antica, che risuonava nel buio generando mondi, sarebbe stata l’inizio del mio cammino, e che non avrei più smesso di “provare”.
Cominciai a frequentare con assiduità quelle lezioni che chiamavano yoga. Praticavamo nella penombra, rigorosamente senza specchi, quasi tutto il tempo a occhi chiusi. Le posizioni erano mantenute a lungo, piene di respiro. Mai un saluto al sole. Innumerevoli scoperte: il corpo, il respiro, tutto sempre diverso, tutto in trasformazione. In seguito avrei lasciato Torino (“tornerò” pensavo…, e invece) e mi sarei messa alla ricerca di altri maestri, altre pratiche, altri sguardi. È forse in India che avrei poi incontrato tracce del “suo” insegnamento: quella pacatezza capace di andare dritta al cuore delle cose, la forza di far vibrare le parole nell’aria, una certa indifferenza per la forma esteriore. Praticare di nuovo con lui, con la me di oggi, è uno di quei desideri destinati a rimanere tali: desideri che non smettono di brillare.
Si chiamava Roberto il mio maestro, e il suo cognome era quello di un fiore che è tra i primissimi a spuntare in primavera, euforico. Parlo al passato perché il corpo del mio maestro non c’è più: ci ha lasciati di sorpresa, senza averci mai lasciati davvero. Meditava nel suo letto, incarnando quella continuità magica — forse inaccessibile — tra veglia, sogno, sonno e “oltre”. La A, la U e la M del mantra primordiale: un unico suono in cui nascita e non-morte si inseguono e si compenetrano.
Spesso, quando guido shavasana e chiudo gli occhi insieme a chi pratica con me, nel silenzio delle palpebre chiuse sento risuonare quella voce nel buio. La voce che per prima ha acceso una scintilla sul mio sentiero della pratica dello yoga — qualsiasi cosa questa parola-mondo voglia dire.