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		<title>“Il ritorno alla terra: la saggezza delle posture che non chiedono niente”</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Dec 2025 18:35:18 +0000</pubDate>
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<p>C’è un momento, nelle pratiche che prevedono di stare a terra a lungo tipiche dello Yin Yoga, in cui il pavimento smette di essere una superficie e diventa un interlocutore. Non accade subito. Prima c’è l’irrequietezza, il corpo che cerca una posizione migliore, la mente che fa la lista della spesa, il respiro che non sa dove mettersi. Poi qualcosa cede. Non tu: qualcosa in te. Le posture che non chiedono niente sono le più difficili da abitare. Non c’è un obiettivo da raggiungere, nessuna forma perfetta da inseguire, niente da dimostrare. Sei lì, e basta. Il ginocchio preme sul tappetino, l’anca tira da qualche parte, il coccige cerca il suo appoggio. Nessuno ti chiede di andare più in profondità. Nessuno ti chiede niente. Ed è proprio questo che ci mette in crisi. Siamo abituati a una progressione, a un movimento finalizzato a qualcosa, spesso a un “progredire”. Una postura che non chiede niente ci lascia senza istruzioni. Cosa devo fare? Dove devo arrivare? Lo sto facendo bene? Non lo sai. Non c’è un “bene”. C’è solo il peso del tuo corpo che incontra qualcosa che lo sostiene. La gravità che lavora al posto tuo. Il tempo che passa, e non è tempo perso, anche se non produce nulla di misurabile. Forse il nostro problema con la terra è un problema di fiducia. Non ci fidiamo che regga. Non ci fidiamo che resti. Abbiamo bisogno di controllare, di tenerci su con le nostre forze, di non appoggiarci mai del tutto. Sul tappetino accade la stessa cosa. Anche quando siamo sdraiati, anche in shavasana, c’è una parte di noi che non molla. Le spalle che non toccano davvero, la mascella che stringe, gli occhi che sotto le palpebre continuano a guardare. Tornare alla terra significa accorgersi di questo. Non correggerlo: accorgersene. Sentire dove tratteniamo, dove non ci fidiamo, dove il corpo ha imparato a stare in guardia. E poi, forse, un millimetro alla volta, lasciare che il pavimento ci venga incontro. Non è un processo lineare. Ci sono giorni in cui affondi subito, e giorni in cui galleggi per tutta la pratica senza mai toccare il fondo. Ci sono posture in cui ti senti a casa e altre che restano a lungo estranee. Ma la terra è sempre lì. Non si offende se non la senti. Non ti giudica se oggi non riesci. Non ha fretta. È la cosa più antica che esiste, e non chiede niente. Forse è per questo che ci fa così paura, forse è per questo che continuiamo a tornare.</p>
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		<title>“Lo chiamano yoga, ma venga un giorno a provare”</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Dec 2025 18:34:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Torino, ormai più di dieci anni fa. Bazzicavo saltuariamente una palestra dove, senza grande convinzione, mi aggiravo tra gli attrezzi usandoli un po’ a caso, travisando di certo l&#8217;oscuro significato dell’“allenamento”.Un giorno passando davanti alla sala corsi mi ha colpito che fosse completamente al buio. Risuonava una voce d’uomo: calda, profonda, come proveniente da uno &#8230; <a href="https://www.meditamorfosi.it/lo-chiamano-yoga-ma-venga-un-giorno-a-provare/">Continued</a>]]></description>
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<p><strong>Torino, ormai più di dieci anni fa. Bazzicavo saltuariamente una palestra dove, senza grande convinzione, mi aggiravo tra gli attrezzi usandoli un po’ a caso, travisando di certo l&#8217;oscuro significato dell’“allenamento”.<br>Un giorno passando davanti alla sala corsi mi ha colpito che fosse completamente al buio. Risuonava una voce d’uomo: calda, profonda, come proveniente da uno spazio-tempo arcaico, capace di dare forma a una dimensione “altra”. Una voce che aveva molto vissuto, voce che mescolava narrazione, canto, veggenza. Un aedo. Le parole pronunciato evocavano l’immagine di un diamante rifulgente, color verde brillante, e non ricordo molto altro. Solo più tardi avrei scoperto che accompagnavano il rilassamento in shavasana.</strong></p>



<p><strong>A luci riaccese era stato spontaneo avvicinarmi all’insegnante per chiedergli di che corso si trattasse. </strong></p>



<p><strong><em>“Lo chiamano yoga, ma venga un giorno a provare”.</em><br> In quel momento non sapevo che quella voce antica, che risuonava nel buio generando mondi, sarebbe stata l’inizio del mio cammino, e che non avrei più smesso di “provare”. </strong></p>



<p><strong>Cominciai a frequentare con assiduità quelle lezioni che chiamavano yoga. Praticavamo nella penombra, rigorosamente senza specchi, quasi tutto il tempo a occhi chiusi. Le posizioni erano mantenute a lungo, piene di respiro. Mai un saluto al sole. Innumerevoli scoperte: il corpo, il respiro, tutto sempre diverso, tutto in trasformazione. In seguito avrei lasciato Torino (“tornerò” pensavo…, e invece) e mi sarei messa alla ricerca di altri maestri, altre pratiche, altri sguardi. È forse in India che avrei poi incontrato tracce del <strong>“</strong>suo<strong>”</strong> insegnamento: quella pacatezza capace di andare dritta al cuore delle cose, la forza di far vibrare le parole nell’aria, una certa indifferenza per la forma esteriore. Praticare di nuovo con lui, con la me di oggi, è uno di quei desideri destinati a rimanere tali: desideri che non smettono di brillare. </strong></p>



<p><strong>Si chiamava Roberto il mio maestro, e il suo cognome era quello di un fiore che è tra i primissimi a spuntare in primavera, euforico. Parlo al passato perché il corpo del mio maestro non c’è più: ci ha lasciati di sorpresa, senza averci mai lasciati davvero. Meditava nel suo letto, incarnando quella continuità magica — forse inaccessibile — tra veglia, sogno, sonno e “oltre”. La A, la U e la M del mantra primordiale: un unico suono in cui nascita e non-morte si inseguono e si compenetrano. </strong></p>



<p><strong>Spesso, quando guido shavasana e chiudo gli occhi insieme a chi pratica con me, nel silenzio delle palpebre chiuse sento risuonare <em>quella</em> voce nel buio. La voce che per prima ha acceso una scintilla sul mio sentiero della pratica dello yoga — qualsiasi cosa questa parola-mondo voglia dire.</strong></p>



<p></p>
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