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“Il ritorno alla terra: la saggezza delle posture che non chiedono niente”

C’è un momento, nelle pratiche che prevedono di stare a terra a lungo tipiche dello Yin Yoga, in cui il pavimento smette di essere una superficie e diventa un interlocutore. Non accade subito. Prima c’è l’irrequietezza, il corpo che cerca una posizione migliore, la mente che fa la lista della spesa, il respiro che non sa dove mettersi. Poi qualcosa cede. Non tu: qualcosa in te. Le posture che non chiedono niente sono le più difficili da abitare. Non c’è un obiettivo da raggiungere, nessuna forma perfetta da inseguire, niente da dimostrare. Sei lì, e basta. Il ginocchio preme sul tappetino, l’anca tira da qualche parte, il coccige cerca il suo appoggio. Nessuno ti chiede di andare più in profondità. Nessuno ti chiede niente. Ed è proprio questo che ci mette in crisi. Siamo abituati a una progressione, a un movimento finalizzato a qualcosa, spesso a un “progredire”. Una postura che non chiede niente ci lascia senza istruzioni. Cosa devo fare? Dove devo arrivare? Lo sto facendo bene? Non lo sai. Non c’è un “bene”. C’è solo il peso del tuo corpo che incontra qualcosa che lo sostiene. La gravità che lavora al posto tuo. Il tempo che passa, e non è tempo perso, anche se non produce nulla di misurabile. Forse il nostro problema con la terra è un problema di fiducia. Non ci fidiamo che regga. Non ci fidiamo che resti. Abbiamo bisogno di controllare, di tenerci su con le nostre forze, di non appoggiarci mai del tutto. Sul tappetino accade la stessa cosa. Anche quando siamo sdraiati, anche in shavasana, c’è una parte di noi che non molla. Le spalle che non toccano davvero, la mascella che stringe, gli occhi che sotto le palpebre continuano a guardare. Tornare alla terra significa accorgersi di questo. Non correggerlo: accorgersene. Sentire dove tratteniamo, dove non ci fidiamo, dove il corpo ha imparato a stare in guardia. E poi, forse, un millimetro alla volta, lasciare che il pavimento ci venga incontro. Non è un processo lineare. Ci sono giorni in cui affondi subito, e giorni in cui galleggi per tutta la pratica senza mai toccare il fondo. Ci sono posture in cui ti senti a casa e altre che restano a lungo estranee. Ma la terra è sempre lì. Non si offende se non la senti. Non ti giudica se oggi non riesci. Non ha fretta. È la cosa più antica che esiste, e non chiede niente. Forse è per questo che ci fa così paura, forse è per questo che continuiamo a tornare.